La mappa del futuro non è ancora disegnata, ma il telefono di Stefano Domenicali non smette di vibrare: la Formula 1 cresce, attrae capitali e città, e il calendario somiglia sempre più a un planisfero in divenire. Chi entra? Chi ruota? E dove si accende la prossima notte illuminata dai riflettori?
La Formula 1 è nel pieno di un ciclo espansivo. Record di pubblico dal vivo oltre i sei milioni nell’ultimo biennio, liste d’attesa sugli abbonamenti, weekend sold out da Silverstone ad Austin. Il 2025 è già incasellato su 24 appuntamenti. Ma le linee tratteggiate sul calendario non sono promesse eterne: gli accordi ruotano, le economie cambiano, le città spingono. E il telefono di Stefano Domenicali continua a squillare.
C’è un dettaglio che spesso trascuriamo: oggi la F1 è anche intrattenimento urbano. Lo si vede a Las Vegas, a Jeddah in Arabia Saudita, a Qatar. È un mix di gara, evento e city-branding. Da qui nascono i dossier di chi vuole entrare nel medio periodo. Ma prima di svelare i nomi caldi, una nota concreta: le fee di hosting non sono morbide. Senza sostegno pubblico o un piano turistico chiaro, la porta resta solo socchiusa.
Germania: tra storia, industria e un ritorno possibile
La Germania resta il grande assente che tutti notano. Hockenheim e Nürburgring hanno l’infrastruttura e la memoria collettiva. Mancano però garanzie economiche di lungo termine. L’ipotesi più realistica? Un modello a rotazione con altre tappe europee, soluzione già discussa a livello informale. L’arrivo di Audi nel 2026 può fare da spinta politica e commerciale, ma nulla è confermato. Se vedremo di nuovo un GP tedesco, sarà per un equilibrio preciso tra costi, calendario e narrativa del marchio-paese. Non basta il tifo: servono conti che tornano.
Africa, Sudamerica, Estremo Oriente: dove può scattare la prossima foto sul podio
L’Africa è definita “priorità” dallo stesso management. Il candidato naturale è Kyalami (Sudafrica), già vicino al rientro nel 2022 prima di uno stop organizzativo. La pista è credibile, il mercato pure. Ciò che manca è una governance unitaria che firmi e garantisca. Altre destinazioni africane circolano come idee, ma oggi non hanno basi verificabili: meglio non illudersi.
In Sudamerica, il faro resta Interlagos. Oltre il Brasile, l’Argentina (Buenos Aires) riemerge ciclicamente, ma la situazione macroeconomica ha congelato ogni passo. Il progetto di Barranquilla in Colombia è esistito nei dossier cittadini, con contatti preliminari, poi rientrato tra prudenza politica e costi. L’interesse non è finito, la firma sì: ad oggi non c’è un accordo ufficiale.
Nell’Estremo Oriente, le piste si moltiplicano. La Cina è tornata stabilmente e spinge sull’ecosistema fan. La Thailandia flirta apertamente con la F1: colloqui politici ci sono stati, ma senza annuncio formale. Vietnam ha un circuito pronto a metà storia e nessun via libera, sospeso tra burocrazia e priorità locali. Sepang (Malesia) resta un’icona: tecnicamente pronta, economicamente in stand-by. Se rientra, è perché il rapporto costo-benefici cambia, non per nostalgia.
Qual è quindi l’orizzonte più credibile nel medio periodo? Tre piste, tre percorsi. Germania con la leva industriale e un possibile schema a rotazione. Sudafrica con Kyalami se si ricompone la regia. Sud-est asiatico con un nuovo evento “urbano” — Bangkok è il profilo giusto per format, turismo e storytelling — ma ad oggi senza carta canta.
Intanto, l’Europa rinegozia. Madrid arriverà nel 2026 con un progetto ibrido fiera-città. Altri tracciati storici difendono posto e identità. La F1 tira una coperta che si è fatta grande, ma non infinita. Da una parte i mercati in crescita, dall’altra i luoghi dove siamo diventati tifosi.
E forse è questa l’immagine più onesta: un planisfero con puntine di colori diversi. Alcune brillano, altre attendono. Ne sposteremo una verso Germania? Metteremo un nuovo spillo in Africa? O la luce verrà dall’Estremo Oriente, quando il caldo della sera si riflette sui grattacieli e il semaforo si spegne in un respiro?
