Due marchi storici, una promessa industriale lunga un decennio e un bivio che sorprende e fa pensare: quando una collaborazione sulla tecnologia a idrogeno si chiude, non finisce solo un accordo, cambia l’umore di un intero settore.
Un laboratorio condiviso. Celle che respirano aria fredda in una camera climatica. Tecnici che parlano lingue diverse ma inseguono la stessa idea: rendere l’idrogeno quotidiano, affidabile, pulito. Per anni Honda e GM hanno cercato questo equilibrio. Hanno sommato brevetti, competenze, catene di fornitura. Hanno messo sul tavolo un investimento rilevante e un impegno pubblico: accelerare le celle a combustibile su scala industriale.
La collaborazione tra Honda e General Motors risale al 2013. Nel 2017 è nata la joint venture Fuel Cell System Manufacturing, con base a Brownstown, Michigan. L’iniziativa ha puntato a industrializzare i sistemi fuel cell, con un investimento congiunto dichiarato al tempo nell’ordine di decine di milioni di dollari.
Nel 2024 il sito di Brownstown ha avviato la produzione del sistema di nuova generazione co-sviluppato. Quel pacco ha alimentato progetti concreti: la Honda CR‑V e:FCEV a tiratura limitata e i moduli Hydrotec di GM per applicazioni commerciali e stazionarie.
I test su strada e in flotta hanno mostrato punti solidi: avviamento rapido a freddo, densità di potenza migliorata, minori costi dei materiali rispetto alla generazione precedente. Ma il tallone d’Achille non si è mosso alla stessa velocità: la rete di rifornimento.
Dopo “lunghe discussioni”, le due aziende hanno deciso di chiudere la collaborazione sull’idrogeno. La decisione chiude un capitolo che ha segnato la roadmap tecnologica dei due gruppi. Al momento, non risultano pubblici dettagli sui tempi precisi di uscita, sulla gestione degli asset della joint venture e sugli effetti occupazionali nello stabilimento. Non ci sono conferme su eventuali ordini già in pipeline o su come verrà garantito il supporto post‑vendita ai clienti attuali. Queste informazioni, oggi, mancano.
La prima ricaduta è simbolica ma pesante: l’idrogeno automotive perde una delle sue alleanze più visibili. Questo non significa uno stop alla tecnologia, ma sposta pesi e priorità.
I fattori? Probabile un mix: costi ancora elevati, pochi punti di rifornimento, preferenza politica e industriale per i veicoli a batteria nel trasporto leggero. Gli Stati Uniti contano poche decine di stazioni pubbliche operative, concentrate in California; l’Europa e il Giappone avanzano ma restano lontani da una capillarità utile all’uso di massa. I numeri variano per Paese e aggiornamento: la fotografia cambia trimestre dopo trimestre, e serve cautela nel confronto diretto.
Per Honda e GM il riassetto non è una novità assoluta: negli ultimi anni i due gruppi hanno rivisto più volte le cooperazioni, anche su progetti elettrici. Qui, però, la portata è diversa: tocca una piattaforma industriale già in produzione.
Cosa succede ai prodotti esistenti? È ragionevole attendersi continuità di assistenza e ricambi per i clienti attivi, ma non ci sono comunicazioni ufficiali sulla durata degli impegni. Anche la traiettoria dei moduli Hydrotec e delle applicazioni heavy‑duty resta da chiarire progetto per progetto.
L’idrogeno non è un’idea fragile: è una corsa di resistenza che chiede filiere coordinate, regole chiare e stazioni affidabili. Forse questa chiusura racconta il tempo in cui viviamo più della tecnologia stessa. La prossima mossa chi la farà: chi costruirà pompe e logistica, o chi cambierà il modo in cui produciamo l’idrogeno che usiamo?
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